giovedì 16 aprile 2015

Cenere, la Durazzo e il cellulare di Aquila

Ieri mattina, al cinema di Quinto, ho assistito a CENERE - RACCONTI PARTIGIANI IN ATTESA DI UN APRILE. Regia e testi di Lazzaro Calcagno e interpretazione di Marco Rinaldi.
Bella interpretazione davvero, quella di Rinaldi.
CENERE è stato visto da circa 6.000 studenti italiani e si capisce che è un testo rodato, calibrato sui ragazzi, quasi cesellato per loro: li interessa, li fa ridere e sorridere, li spinge ad "abboccare" a tutte le provocazioni, li fa addirittura cantare Fratelli d'Italia e Bella Ciao. Così scopriamo pure che le conoscono, dài! e chi se lo aspettava!?
L'ho pensato e subito condiviso con Lorenzo: «I tuoi ragazzi lo conoscono, l'inno nazionale? I miei no. I miei neppure Bella Ciao... Mannaggia! finisce che arrivano in terza media, la professoressa li porta a teatro, Marco Rinaldi li individua in mezzo alla folla di più di 150 ragazzi, come sta facendo ora con Gaia e Niccolò (bravi, eh! si sono alzati senza fare storie, emozionati ma neanche troppo, sostenuti dai compagni che li incoraggiavano divertiti e anche un po' ammirati... si vede che stanno diventando grandi), li chiama lì davanti al palco e... ta-dà! si scopre che non sanno neppure una parola!»

A un certo punto ha squillato un cellulare. L'hanno zittito, ma quello ha ripreso a strillazzare. Era il telefonino di un anziano signore, seduto al centro, in prima fila, dalle parti della III G, una classe di via Casotti che si è portata dietro chitarre e flauti; Rinaldi si è fermato, Aquila (è il nome di battaglia dell'anziano signore) ha risposto ma, seccatissimo, ha riattaccato subito, si è girato verso il suo compagno tredicenne e, a voce alta, gli ha spiegato, in dialetto, che si trattava di un... importuno seccatore. Beh, non ha detto proprio così e infatti hanno riso tutti, alla grande.
Anche Aquila ci sa fare, con i ragazzi.
Così Rinaldi ha ripreso il suo racconto. Tutte storie vere, accadute dentro e fuori Genova tra l'inverno del '44/'45 e i giorni della Liberazione, e gli spettatori della prima fila, quelli un po' in là con gli anni, possono testimoniarlo. Loro c'erano, si ricordano e ci ricordano che certe cose vanno sapute o, quanto meno, ripetute, raccontate, spiegate, rammentate.

martedì 14 aprile 2015

Volare come delfini!

Francesco Farioli è un ragazzo di sport, ora giovane preparatore dei portieri della Lucchese.
Dopo una tesi di laurea che unisce la filosofia con il ruolo dell'ultimo difensore, fonda il suo "Goalkeeper Project" (di cui inserisco una pubblicità non richiesta da lui). Sono rimasto colpito dall'approccio "olistico", testimoniato dai filmati sui metodi di lavoro. 

Mi è capitato con lui un dialogo a distanza, dove ho capito che il ragazzo farà molta strada. DEVE farla, perché sono le persone così che devono presidiare le nostre centrali educative, di cui lo sport è un tassello fondamentale:

Queste parole "allenano" anche noi genitori:

«Penso spesso a cosa accadrebbe se, in una società di livello, in cui si ha opportunità di scegliere ragazzi di qualità, fosse data loro la chance di sentirsi parte di un progetto di crescita, di potersi confrontare quotidianamente con qualcosa di più grande di loro... Immaginare di fargli vedere una scala molto ripida, composta da molti gradini, facendogli sentire il conforto e l'appoggio che, un allenatore e una società che intende programmare, dovrebbero sempre dare nei confronti dei propri giocatori.
 
La vera scommessa è educare, non allenare.  

Ancor prima che un processo di allenamento, sarebbe importante creare un percorso educativo, perché alle nuove leve, prima ancora che delle doti tecniche e motorie, manca l'idea di lavoro, non perché siano dei fannulloni, ma perché percepiscono la pochezza dei percorsi che gli vengono proposti e l'effimera considerazione che gli viene regalata è frutto soltanto di quella che può essere la piccola parte che possono giocarsi (per altri) nel grande oceano di un gioco sempre più indirizzato verso il business.
Le società sono aziende, è evidente, e su questo purtroppo non possiamo più niente, ma le aziende si possono gestire, vivere e far vivere in mille modi.
Responsabilizzare i ragazzi verso una partecipazione attiva credo sia l'unico modo per creare nuovi piccoli Handanovic, ancor più di una specifica metodologia di lavoro.

In Italia, di allenatori bravi ce ne sono davvero molti, quello che manca sono allenatori che hanno la forza (e la capacità) di far rispettare il loro lavoro.
Perché, tornando al caso specifico dei portieri, tutti pretendiamo portieri che difendano lo spazio alla Neuer e impostino il gioco da dietro come Valdes, però poi li vedi allenare tutti in un angolo con due paletti e senza porta...
"Tanto per allenare i portieri basta quello", dicono.
Contraddizioni del calcio post-moderno.

Tornando ai ragazzi... Manca il tempo che dedichiamo loro! Non solo in termini di qualità, ma anche di quantità. E concordo con te sul fatto che il problema è sociale, non solo sportivo!!! Lo sport è solo una delle possibili metafore rappresentative della vita. Rappresenta un piccolo dramma, in un dramma molto più grande. Mi piacerebbe molto farti leggere la mia tesi! Parla proprio di questo vuoto rappresentato in ambito sportivo che rischia di diventare vuoto sociale. I ragazzi hanno in genere tre momenti formativi: famiglia, scuola e sport. Ed hanno bisogno, per essere e diventare buone persone, di non avere buchi neri in nessuno dei tre settori.
Ma i genitori devono pensare a lavorare e quando arrivano a casa sono stanchi.
A scuola gli insegnanti sono sottopagati e si sentono in diritto di avere il broncio e dare meno di quel che dovrebbero e, quando qualcuno prova a dare, magari trova un genitore che gli dice "tu pensa ai cavoli tuoi che a mio figlio ci penso io!".
A calcio, fin da piccoli, trovano allenatori che pensano nei pulcini di fare le sfide tipo Van Gaal contro Mou... Il delirio dei genitori e l'opportunismo di molti addetti ai lavori... Veri squali in un mare ormai torbo!
Ma, caro Lorenzo, che dobbiamo fare?
Abbassare la testa ed adeguarci?
Tu mi insegni che, in questo mondo di squali, per emergere, bisogna essere delfini.
Differenziare è l'unica ancora di salvezza.»






lunedì 13 aprile 2015

Dietro le quinte del fumetto!…



Dopo la visita guidata di diverse classi secondarie del nostro Comprensivo, continua l'attività della mostra "JULIA per Genova - omaggio alla città". Venerdì 17, alle 15.30 (sfidando ogni superstizione) il secondo incontro di un percorso interessante. Insieme al collega sceneggiatore MAURIZIO MANTERO e al disegnatore LUIGI COPELLO ci addentreremo in alcuni segreti del mestiere-fumetto; un modo informale e diretto per approfondire una tecnica di racconto, utile anche in altri ambiti.

Non mancate!

Lorenzo Calza

lunedì 30 marzo 2015

World Autism Awareness Day - WAAD




Il 2 aprile è la Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo (WAAD), sancita dall’ONU nel 2007.

Il tema lanciato da Autism-Europe per quest’anno

 AUTISM. STOP DISCRIMINATION!

promuove l’inclusione attraverso la diffusione di informazioni scientifiche e condivise sui disturbi dello spettro dell’autismo (DSA) che conducano alla conoscenza e consapevolezza, sostenendo il progresso e l’evoluzione della società attraverso azioni concrete.

Nella nostra città, grazie al patrocinio della Regione, del Comune, dell'ASL 3, dell'Università, dell'Ospedale Gaslini e dell'associazione F.A.N.T.A.S.I.A. , si terranno iniziative culturali e di diffusione scientifica coordinate dalle principali associazioni liguri di famiglie di persone autistiche: Angsa Liguria e Gruppo Asperger Liguria.

Dal 1° al 3 aprile la fontana di Piazza De Ferrari zampillerà in blu mentre nei locali di Spazio Liguria (sottoporticato) sarà allestita la mostra fotografica "Stories about Autism" (G. Molinari). Oltre agli incontri con medici ed autorevoli esperti (F. Battaglia, P. Fasce, M. Zanobini ed altri), secondo il programma disponibile qui, giovedì 2 aprile alle 21.15 presso il Cinema della Consolazione verrà proiettato il film a disegni animati "Un gatto a Parigi" di Jean-Loup Felicioli e Alain Gagnol (2010).

Il Gruppo Asperger Liguria cerca persone di buona volontà per l'organizzazione delle due giornate. Chi volesse collaborare attivamente può inviare un messaggio a questo indirizzo di posta elettronica: asperger.liguria@libero.it



lunedì 9 marzo 2015

Julia per Genova

L'inaugurazione si terrà sabato prossimo, alle 16.30, presso il Museo di Sant'Agostino: saranno presenti gli autori G. Berardi, M. Mantero e L. Calza, il disegnatore L. Copello e il musicista A. Cervetto.

La mostra resterà aperta, con ingresso gratuito, sino al 3 maggio.

Tutto il tempo necessario per farci un giro, no?


mercoledì 25 febbraio 2015

Girandola


Sono stato alle medie in Via Casotti, in una di quelle scuole di cui si parla nei telegiornali, quelle in cui crolla l'intonaco. Il prossimo anno, per i lavori di ristrutturazione, la sede sarà temporaneamente spostata, e i genitori hanno capito, adattandosi al disagio.

Ci sono cose di cui i telegiornali non parlano, però. Un'insegnante entusiasta mi dice «Venga a vedere, che meraviglia» e mi mostra il mare dalla finestra. «È una sede meravigliosa, con una vista mozzafiato. Per me che vengo da Milano…» Poi aggiunge: «Facciamo il mestiere più bello del mondo».

Accendiamo la lavagna LIM e arriva la prima. Con quelli della loro età non avevo mai fatto incontri, li ho trovati stupendi. Attenti, curiosi, informati su tante cose, e con una voglia matta di entrare in mondi nuovi. Quello del fumetto, la sua rocambolesca avventura secolare, piena di colori, luci, ombre e rimandi alla storia dell'immaginazione umana, è un mondo che si presta.
Poi incontro i grandi, di terza, e alla fine quelli di seconda. Tante divagazioni seguendo il canovaccio fisso, e un grande dialogo tra tutti.
Ogni gruppo ha le sue peculiarità. Ma resta una sensazione di pienezza, di speranza.

Alla fine, dopo sei ore in aula, ho rimesso tanto intonaco nel mio edificio mentale, spesso decadente, soggetto a piccoli crolli di fiducia. Questi ragazzi, ad esempio, di cui si parla sempre con sufficienza, distacco, un po' di paura, sono meravigliosi e li si può portare ovunque, dagli slums di New York dove nascevano l'America e il fumetto, fino all'Argentina de l'Eternauta, dove stava per arrivare la dittatura, sottoforma di alieni, per poi entrare nel segreto della tecnica nella messinscena…

Vabbè, ci siamo capiti. Aveva ragione quell'insegnante entusiasta, è l'esperienza più bella del mondo.

W la Scuola!

Lorenzo Calza







venerdì 13 febbraio 2015

URGENZE - Teatro civile per ragazzi (e genitori) civili

Portiamoceli.
Senza tante chiacchiere.



E poi compriamo loro dei libri, perché possano anche leggere le parole del razzismo, della mafia, della guerra, dei diritti violati dei bambini.
La redazione della rivista Andersen, in questo, è insostituibile: ha già preparato la lista della spesa, così non abbiamo proprio scuse!
Viki che voleva andare a scuola (Rizzoli, 2003) di Fabrizio Gatti
Non chiamarmi Cina! (Giunti, 2012) di Luigi Ballerini
Mare giallo (Sinnos, 2012) di Patrizia Rinaldi
Io dentro gli spari (Salani, 2010) di Silvana Gandolfi
E vallo a spiegare a Nino (Coccole&Caccole, 2011) di Anselmo Roveda
‘O maé (Piemme) di Luigi Garlando
Akim corre di Claude K. Dubois      
Uno e sette (Emme Edizioni, 2011), di Gianni Rodari
...
La lista completa è qui






martedì 10 febbraio 2015

Genitori, figli e lo smartphone

Dal sito di uno psicologo e psicanalista.

Nel salotto di attesa, i pazienti, mentre attendono, navigano con gli smartphone. Se i genitori accompagnano i figli, entrambi ‘ammazzano’ il tempo, ‘facendo la stessa cosa. Una volta, ricordo che stavo su una nave con mio figlio ed eravamo in procinto di partire per la Sardegna. Mi ha fatto fare tutto il giro della nave e per ogni cosa mi chiedeva: "… perché quello è così, oppure colà…." Ed io, naturalmente rispondevo. 

Oggi i bambini, anche piccoli, invece di chiedere a mamma o papà, chiedono a SIRI (per chi non lo sapesse, Siri è un assistente digitale installato sull’iPhone). La morale, ammettendo ce ne sia una, è che i bambini quando hanno una domanda, la fanno a chi risponde. Siri risponde sempre, i genitori sempre meno. I nostri figli, non interagiscono più in un mondo reale (chiedono a Siri). E’ un dato di fatto. La colpa è ovviamente dei genitori perché spesso predicano bene ma razzolano male, molto male. Ad esempio chi si sente immune da questa critica? Quanti di voi vanno a letto con il telefonino? Quanti di voi in questo momento non sono ‘connessi’? Avete il vostro partner alla guida invece di parlare con lui, state leggendo questo articolo? Vostro figlio vi chiede una cosa ma state rispondendo ad un post di Facebook oppure ad un messaggio di Whatapp, oppure ad un sms oppure …. Insomma caro genitore, stai con tuo figlio ma in realtà stai altrove.
famiglia e smartphone 
È indubbio che questo oggetto fa parte di noi. E’ più facile non indossare l’orologio che uscire di casa senza di lui. E’ pieno di tecnologia (infatti il telefono è l’accessorio spesso meno usato) e ci fa stare in contatto. Il gruppo  ieri si ritrovava con il pallore o il gioco della campana, oggi con l’oggetto perchè permette al gruppo di ‘ritrovarsi li’ e non più al famoso ‘muretto’.  Il gruppo appunto è da sempre e da tutti, riconosciuto come fondamentale per costruirsi una identità esterna alla famiglia (permette di affrancarsi) e si realizza oggi anche (forse: solo) attraverso relazioni virtuali.

papa e figlioNegli USA, alcuni ricercatori di un centro medico di Boston confermano che questa è oramai diventata una tendenza che poi vuol dire, uno stile di vita. Lo studio, fatto nel 2013 nei mesi estivi (luglio e agosto) evidenzierebbe che i genitori si interessano di più del proprio cellulare che dei propri figli. L’ambiente ove si è svolto lo studio era, pensate un po’, un fastfood, tipo Mcdonald’s per intenderci (solo agli americani vengono queste idee). Bene, nel fastfood i ricercatori avevano coinvolto 55 famiglie; il loro compito era semplicemente: consumare un pasto. L’osservazione ha evidenziato che 40 famiglie vedevano i genitori a volte ‘distratti‘ con sms, a navigare su internet, a telefonare per quasi tutta la durata del pranzo. 15 gruppi invece, non hanno fatto altro: interagire con il cellulare.

mamma e smatphoneQualcuno dirà che viviamo in un mondo complesso e la tecnologia, che è diventata pervasiva, ci fa spesso confondere il tempo (che prima era nettamente scaglionato: un tempo per il lavoro e uno per la famiglia) tra la vita privata che spesso, troppo spesso, si sovrappone e si intreccia con tutto il resto. Tutta questa tecnologia, che permette l’intreccio di sui sopra, deprime la relazione genitore-figlio. L’influenza della tecnologia diviene destabilizzante. Per non demonizzarla in modo unilaterale, a suo favore dobbiamo anche ammettere che in certe cose ci sono vantaggi evidenti ad esempio per la formazione, la comunicazione, scambio di materiali didattici, giochi formativi, etc.

Gli esperti (psicologi e ricercatori) ritengono che i genitori dovrebbero limitare l’uso di cellulari o tablet, perché i ragazzi, in assenza di questo ‘contenimento costruttivo’ tendono a vivere in un mondo sempre meno reale ma pieno di finzioni (la tecnologia ne inventa una al giorno). Vivere nella perenne finzione, porta inevitabilmente ad un conflitto con la realtà. Il risultato di queste ‘distrazioni’ genera, e sono sotto l’occhio di tutti: bambini passivi o aggressivi, indisciplinati, irrequieti, chiusi nelle proprie stanze (il cortile non esiste più). Questi bambini sono tendenzialmente più soggetti all’ansia oppure alla collera spesso violenta.

Ecco che a questo punto, i genitori si avvalgono di specialisti perché non sono in grado di comprendere più i loro figli (come potrebbero date le premesse). In questo contesto ammettono di non essere più in grado di gestire la situazione. Vengono da noi per avere la formula magica in grado di ‘aggiustare’ tutto in particolare il loro figlio.

Come se ne esce.

Cari genitori, ascoltate di più i vostri figli, dedicategli più tempo, quando entrate in casa, lasciate la tecnologia fuori di cassa, le cose andranno sicuramente meglio.

Però non è così facile, il prossimo Homo, si chiamerà Ciberneticus. Tutte le regole, anche quelle psicologiche che regolano i rapporti genitori figli saranno inevitabilmente riscritte e rimodulate.

Domenico Bumbaca, psicologo psicoteraputa

Gruppi WhatsApp per genitori: quando intorno alla scuola si scatena l’inferno!

Dal sito romagnamamma.


Premessa: nessuna madre è perfetta. Siamo tutte in ansia, sull’orlo di una crisi di nervi, prese da mille dubbi, incombenze, fatiche quotidiane.
Però, però, però. I gruppi Whats App dei genitori delle scuole elementari (e non solo) a volte sono insostenibili. Ne faccio parte anche io, ci mancherebbe. Sei un’aliena, oggi, se non senti lo squillo del messaggio almeno venti volte al giorno. Per la raccolta fondi per le uscite didattiche; per annunciare la festa di compleanno di Tizio, Caio e Sempronio; perché il bambino X ha dimenticato il libro a scuola e continuerà a urlare di disperazione se i compagni non gli mandano adesso, in questo preciso istante, la foto della pagina da studiare; per dare il benvenuto a quel papà che solo ora, dopo quattro mesi di scuola, si è accorto che esiste questo imperdibile gruppo WhatsApp; per organizzare una gita domenicale tutti insieme, visto che i nostri figli non ci stanno abbastanza, insieme (quaranta ore alla settimana per altri cinque lunghi anni, citando il caso nostro).
Un’amica, davanti a un caffè, mi ha raccontato della polemica che si è scatenata nella classe di sua figlia: in una bella giornata di sole di gennaio, la maestra ha osato portare i bambini a giocare in cortile. Apriti cielo: e se sudano? E se si ammalano? E se cadono? E se si sporcano? Chissà se alla maestra saranno fischiate le orecchie: ché tanto, se non li avesse portati fuori, qualcun altro avrebbe fatto del gran chiasso per criticare il fatto che non li aveva portati all’aperto nonostante il tempo sereno e l’aria simil-primaverile.
A volte, viene quasi da incasellare le mamme e i papà in certe categorie rigide, visto che dall’uso dei social, oramai, si capisce molto delle persone. Per un sociologo, ci sarebbe pane per i propri denti a sguazzare nei gruppi di cui sopra: ne verrebbe fuori, di certo, un’analisi reale e moderna del parco genitori. Un po’ come hanno fatto gli allievi della Scuola Holden di Torino con la collana “Save the parents” (vedi gli esilaranti “Manicomio giardinetti” and company).
Capita spesso di non riuscire a credere al contenuto di quei trilli insistenti. Come qualche sera fa. Una mamma albanese (qui l’aggettivo sulla provenienza è d’obbligo per cogliere il senso della storia), davanti al figlio che le chiedeva di aiutarla a scrivere cinque parole che iniziassero con le sillabe SA-SE-SI-SO-SU, ha scatenato l’inferno. Una mamma non ha capito la richiesta e ha cominciato a digitare dei punti interrogativi. Un’altra si è messa in agitazione perché il suo bambino, quel compito, mica l’aveva fatto. Un babbo super zelante ha iniziato a consigliare meravigliosi vocaboli: super, sale, silenzio, sottana, serpente, signora, suocera (non si fermava più). Io, nel frattempo, sono andata a dormire. Ma dal letto ho continuato a sentire, per almeno un’altra ora, messaggi che vibravano.
Ma ce n’era davvero bisogno?



Silvia Manzani è giornalista professionista, ha lavorato per diverse testate locali. È anche educatrice di asilo, ha due lauree e un'agenda di contatti da fare invidia a un pr. Cura i contenuti editoriali di romagnamamma.it. Per contattare Silvia, scrivi a silvia@romagnamamma.it 

martedì 3 febbraio 2015

Dàgli all'untore!

Crollo delle vaccinazioni ai bambini: l’Oms richiama l’Italia

Le coperture medie nazionali raggiungono il livello più basso degli ultimi 10 anni per quasi tutte le vaccinazioni. Chiesto un incontro urgente con il Ministro della Salute

di Redazione Salute Online



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«Un incontro urgente con il Ministro della Salute Lorenzin a marzo». Lo ha chiesto all’Italia l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), a conclusione del meeting organizzato a Copenhagen sulla campagna di vaccinazioni nei Paesi dell’Unione Europea, contro il morbillo e la rosolia congenita. Il 2015 è il termine ultimo fissato dall’Oms per eliminare le due malattie infettive dall’Europa, ma l’Italia (non è l’unico paese in questa situazione) è in ritardo.
La situazione nel nostro paese
«La situazione desta ancora preoccupazione - denunciano i vertici della Commissione dell’Oms - negli ultimi quattro anni sono stati registrati in Europa oltre 100 mila casi di morbillo e 90 mila di rosolia. I dati italiani risultano ancora incompleti». Secondo i dati dell’Iss in Italia nel mese di ottobre 2014, sono stati segnalati 47 casi di morbillo, portando a 1620 i casi segnalati dall’inizio dell’anno, con un’incidenza maggiore in Liguria, seguita dal Piemonte, dalla Sardegna e dall’Emilia Romagna. «Nel nostro Paese - dichiara Susanna Esposito, presidente della commissione Oms per l’eliminazione di morbillo e rosolia congenita - gli obiettivi di copertura vaccinale necessari per l’eliminazione del morbillo e della rosolia congenita non sono stati ancora raggiunti».
I dati del ministero della Salute relativi al 2013 e pubblicati dall’Istituto superiore di sanità (Iss), evidenziano come le coperture medie nazionali raggiungono il livello più basso degli ultimi 10 anni per quasi tutte le vaccinazioni.

Il ministro: «Un allarme e un problema serio di sanità pubblica»
Il fenomeno è definito «preoccupante» dall’Iss e lo stesso ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha definito questo un «allarme ed un problema serio di sanità pubblica». I dati del ministero si riferiscono alle coperture vaccinali a 24 mesi d’età e riguardano la maggior parte delle vaccinazioni offerte attivamente e gratuitamente alla popolazione italiana, in accordo con il Piano nazionale della prevenzione vaccinale, ovvero poliomielite, tetano, difterite, epatite B, pertosse, Haemophilus influenzae b, morbillo, parotite e rosolia. Tra queste, le prime quattro sono considerate vaccinazioni obbligatorie.

Bisogna evitare che si ripresentino malattie ormai eliminate
Il punto, avverte l’Iss, è che il «mantenimento di coperture elevate è fondamentale per prevenire epidemie ed evitare che si ripresentino malattie che sono state eliminate in Italia». Proprio il calo delle coperture vaccinali per morbillo e rosolia, avverte l’Iss, «è più marcato rispetto alle altre vaccinazioni ed è stato registrato in tutte le Regioni». Varie le possibili cause del fenomeno: dall’errata percezione nella popolazione dell’importanza delle vaccinazioni all’effetto delle campagne mediatiche in atto contro i vaccini.
Eliminare il morbillo «non è semplice - osserva Susanna Esposito, presidente della Commissione Oms per l’eliminazione di morbillo e rosolia congenita e Presidente Waidid -; è una malattia estremamente contagiosa e per interromperne la trasmissione sono necessarie coperture vaccinali molto elevate con due dosi di vaccino. In Italia, però, le coperture vaccinali sulla prima dose si attestano intorno al 90% a fronte dell’obiettivo minimo del 95%, mentre quelle sulla seconda dose, nelle Regioni dove i dati sono stati raccolti, risultano ben inferiori agli standard richiesti (meno dell’85% rispetto all’obiettivo del 95%).


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Questo articolo, preso dal Corriere della Sera, è un campanello d'allarme.

Si parla anche della Liguria e di un suo triste primato. È argomento delicato, ma io penso che la libertà di un individuo di non vaccinare i suoi figli finisce dove inizia la mia di non vedere danneggiati i miei per colpa di pregiudizi antimoderni, parascientifici e dannosi per il consorzio civile.

Siamo la Scuola Pubblica, inserita nel complesso del Pubblico, che è l'equazione del nostro vivere insieme, del patto fra di noi.

Mi fido delle strutture sanitarie che vaccinano i miei bambini, dotate di protocolli e accorgimenti adeguati.

Ed è questo l'appello. Non lasciatevi irretire da campagne irresponsabili, l'unico vaccino contro il virus della disinformazione è INFORMARSI.

In modo serio e responsabile, perché la questione È seria e chiede responsabilità.

De Pres,
Lorenzo Calza

venerdì 30 gennaio 2015

Se i genitori 2.0 sfidano la scuola ferma al palo

Interessante articolo su WIRED, segnalato da Mariacristina. Lo allego di seguito, per stimolare riflessioni. In me ne ha stimolate, circa i tempi difficili in cui viviamo e questo continuo aggiungere figure di riferimento, strategie organizzative, su un terreno problematico nei suoi fondamentali, nei contenuti culturali e pedagogici.
Dite la vostra, per una volta non su uozzàpp! 

De Pres




La storia del maestro di Lessolo che, dicendo alla classe la frase: “Smettiamola di fare i cretini“, non solo è stato sospeso dal servizio ( e poi reintegrato) ma ha provocato uno sciopero della frequenza scolastica, ha avuto grande richiamo sui giornali nazionali.
A fare notizia, non è stato l’atto in sè, ma il ruolo decisivo dei genitori, che non solo hanno protestato, ma hanno deciso di tenere i figli a casa, per dare voce e risonanza al loro malcontento.

Che lo si voglia o meno ammettere, anche questa – o soprattutto questa – è la scuola 2.0
È una scuola 2.0 di fatto, perché non solo gli alunni, ma anche i genitori, sono fortemente digitalizzati.
Quasi tutte le mamme, e molti papà, fanno ormai parte di gruppi di genitori, condividono e chattano su Facebook, richiedono aggiornamento e feedback costanti rispetto a quello che succede in classe, si relazionano dando quasi sempre la propria opinione.

La maestra dà troppi compiti? Pochi compiti? I bambini sono più avanti con il programma rispetto all’altra sezione? Sono più indietro? La professoressa pretende troppo? La classe va in gita in pullman? E se l’autista fa un incidente? Si potrà mandare un sms all’insegnante alle 11 di sera per avvisare che il bambino era stanco e non ha fatto i compiti?
La scuola italiana è completamente impreparata a gestire il costante scambio di informazioni, di giudizi, di pareri e di ansie. E dire che si stava meglio quando ci si fidava ciecamente della maestra – che aveva sempre ragione – non serve assolutamente a nulla.
Se è importante, anzi fondamentale, ragionare sulla nuova didattica digitale, non si può far finta che, mentre la scuola nei suoi consueti tempi biblici si aggiorna, tutto il contesto resti immutabile.

La fiducia tra genitori e insegnanti viene sempre meno per diverse ragioni ( tra le quali lo scarsissimo investimento sulla formazione del personale scolastico). Ma assume un ruolo fondamentale anche la continua ricerca di feed back, di confronto e di rassicurazione, amplificata dalla dinamica di gruppo – o addirittura  di branco – che allarga le ansie dei singoli facendole esplodere nelle chat.
Davanti a questo confronto mancato, la scuola è rapidamente passata da luogo di delega a luogo di sfiducia. Anche per questo i genitori – mi sia consentita una generalizzazione – ascoltano sempre meno e parlano sempre di più, perché spesso semplicemente non si fidano.
È un male? È un bene?
Ognuno può avere le sue opinioni. Quello che è certo è che la scuola non può continuare a far finta che tutto continui come prima. Davanti ad un panorama così ribaltato nelle sue fondamenta, la famosa digitalizzazione non può più avere a che fare soltanto con l’aumento delle ore di informatica.

La formazione dei più piccoli si basa infatti sui patti educativi: se genitori e insegnanti sono in perenne guerra fredda, sono gli studenti a vivere quotidianamente una situazione simile a quella di una famiglia sull’orlo del divorzio.
E come avviene per le coppie, se si vuole ricostruire un rapporto anche tra gli agenti educativi, non basta dirsi: “Stiamo insieme per il bene dei bambini“.

Io non credo che né i genitori né gli insegnanti possano frenare questa deriva, che porta con sé una sofferenza continua degli studenti.
Ma, del resto, non si può continuare ad ignorare questo baratro in continua crescita.

Per non subire una simile trasformazione sociale, ma incanalarla in un sistema aggiornato, forse potrebbe essere utile una figura esterna: un insegnante distaccato, o addirittura una sorta di mediatore sociale, presente all’interno dell’organico scolastico, che possa bilanciare le richieste dei genitori con le possibilità della scuola; raccogliere le domande, i suggerimenti e anche le ansie spesso ingiustificate, facendosene portavoce con gli insegnanti di classe, ma ricostruire parallelamente un contesto di fiducia e di delega da parte dei genitori.
L’istituzionalizzazione di una figura come questa in ogni plesso costa molto di più delle lavagne multimediali, e luccica di meno.
Ma persino la politica si è accorta che per digitalizzazione non si intende soltanto saper utilizzare il pacchetto office, ma anche il cambiamento strutturale nel rapporto con i rappresentanti e le istituzioni. E per questo – nel bene e nel male – sta cambiando modalità di relazione, di rappresentanza e soprattutto di comunicazione.

Se vogliamo togliere gli studenti dal tritacarne della schizofrenia scolastica – un lungo periodo di almeno dodici anni in cui gli viene chiesto di essere sempre più bravi all’interno di un’istituzione in cui i genitori ripongo sempre meno fiducia – bisogna riorganizzare il sistema.
Se i genitori chiedono ascolto e confronto, bisogna saper raccogliere questa esigenza.
Se gli insegnanti non riescono più a lavorare e si chiudono a riccio di fronte alle richieste ingestibili e a volte diseducative dei genitori, bisogna aiutarli.
E questo non perché gli uni o gli altri abbiano sempre ragione, ma perché la ricostruzione di un clima di fiducia è sempre l’unica strada per evitare i divorzi dolorosi.

Vanessa Niri