mercoledì 16 ottobre 2013

Non opprimere i figli con l'idea della scuola

Al rendimento scolastico dei nostri figli, siamo soliti dare un'importanza che è del tutto infondata. E anche questo non è se non rispetto per la piccola virtù del successo. Dovrebbe bastarci che non restassero troppo indietro agli altri, che non si facessero bocciare agli esami; ma noi non ci accontentiamo di questo; vogliamo, da loro, il successo, vogliamo che diano delle soddisfazioni al nostro orgoglio.
Se vanno male a scuola, o semplicemente non così bene come noi pretendiamo, subito innalziamo fra loro e noi la bandiera del malcontento costante; prendiamo con loro il tono di voce imbronciato e piagnucoloso di chi lamenta un'offesa. Allora i nostri figli, tediati, s'allontanano da noi. Oppure li assecondiamo nelle loro proteste contro i maestri che non li hanno capiti, ci atteggiamo, insieme con loro, a vittime d'una ingiustizia. E ogni giorno gli correggiamo i compiti, anzi ci sediamo accanto a loro quando fanno i compiti, studiamo con loro le lezioni.
In verità la scuola dovrebbe essere fin dal principio, per un ragazzo, la prima battaglia da affrontare da solo, senza di noi; fin dal principio dovrebbe esser chiaro che quello è un suo campo di battaglia, dove noi non possiamo dargli che un soccorso del tutto occasionale e illusorio. E se là subisce ingiustizie o viene incompreso, è necessario lasciargli intendere che non c'è nulla di strano, perché nella vita dobbiamo aspettarci d'esser continuamente incompresi e misconosciuti, e di essere vittime d'ingiustizia: e la sola cosa che importa è non commettere ingiustizia noi stessi.
I successi o insuccessi dei nostri figli, noi li dividiamo con loro perché gli vogliamo bene, ma allo stesso modo e in egual misura come essi dividono, a mano a mano che diventano grandi, i nostri successi o insuccessi, le nostre contentezze o preoccupazioni. È falso che essi abbiano il dovere, di fronte a noi, d'esser bravi a scuola e di dare allo studio il meglio del loro ingegno. Il loro dovere di fronte a noi è puramente quello, visto che li abbiamo avviati agli studi, di andare avanti.
Se il meglio del loro ingegno vogliono spenderlo non nella scuola, ma in altra cosa che li appassioni, raccolta di coleotteri o studio della lingua turca, sono fatti loro e non abbiamo nessun diritto di rimproverarli, di mostrarci offesi nell'orgoglio, frustrati d'una soddisfazione.
Se il meglio del loro ingegno non hanno l'aria di volerlo spendere per ora in nulla, e passano le giornate al tavolino masticando una penna, neppure in tal caso abbiamo il diritto di sgridarli molto: chissà, forse quello che a noi sembra ozio è in realtà fantasticheria e riflessione, che, domani, daranno frutti.
Se il meglio delle loro energie e del loro ingegno sembra che lo sprechino, buttati in fondo a un divano a leggere romanzi stupidi, o scatenati in un prato a giocare a football, ancora una volta non possiamo sapere se veramente si tratti di spreco dell'energia e dell'impegno, o se anche questo, domani, in qualche forma che ora ignoriamo, darà frutti. Perché infinite sono le possibilità dello spirito.
Ma non dobbiamo lasciarci prendere, noi, i genitori, dal panico dell'insuccesso. I nostri rimproveri debbono essere come raffiche di vento o di temporale: violenti, ma subito dimenticati; nulla che possa oscurare la natura dei nostri rapporti coi nostri figli, intorbidarne la limpidità e la pace. I nostri figli, noi siamo là per consolarli, se un insuccesso li ha addolorati; siamo là per fargli coraggio, se un insuccesso li ha mortificati. Siamo anche là per fargli abbassare la cresta, se un successo li ha insuperbiti. Siamo per ridurre la scuola nei suoi umili ed angusti confini; nulla che possa ipotecare il futuro; una semplice offerta di strumenti, fra i quali forse è possibile sceglierne uno di cui giovarsi domani.
Quello che deve starci a cuore, nell'educazione, è che nei nostri figli non venga mai meno l'amore per la vita, né oppresso dalla paura di vivere, ma semplicemente in stato d'attesa, intento a preparare se stesso alla propria vocazione. E che cos'è la vocazione di un essere umano, se non la più alta espressione del suo amore per la vita?

(Natalia Ginzurg, Le piccole virtù, pubblicato originariamente su "Nuovi Argomenti" nel 1960)

2 commenti:

  1. Bellissimo articolo. E' sempre utile ricordarci che nella scuola intesa come ambiente, lavoro e prove, i nostri figli iniziano ad affrontare diverse situazioni senza di noi. Le filtrano a modo loro, si confrontano tra loro, imparano a vivere. A volte, quando mi accorgo di influenzarli un pò troppo, ricordo una bellissima frase: I BAMBINI SONO PICCOLI ALBERI. I GENITORI LA LORO TERRA, MA IL RESTO DEL MONDO E' LA LUCE DEL SOLE

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  2. Giusto, giustissimo. E bellissimo il pensiero riportato da Gabriella: la famiglia è il terreno, il nutrimento, ma gli alberelli/bambini hanno bisogno anche della luce del sole per crescere bene.
    Però dico anche che per l'inestimabile Natalia è stato forse facile dare il giusto peso alle beghe scolastiche dei propri figli, non crucciarsi per le ingiustizie o le incomprensioni cui i suoi ragazzi erano soggetti, sorridere di fronte alle loro energie spese in passatempi oziosi se non molesti e ignorare il fatto che non riuscivano a ricordare quanto fa 7x8.
    Dico che, con quella famiglia alle spalle, fatta di intellettuali, scrittori, scienziati e politici, con quelle amicizie e quelle opportunità, anche sociali, che i signori Levi, Ginzburg e Baldini potevano consentire in quel determinato contesto storico... beh, davvero aveva poco di che preoccuparsi circa le esperienze formative dei suoi figli.
    Insomma, con quegli esempi viventi di onestà che gironzolavano per casa (Turati, Pavese, Pertini, Einaudi, Ginzburg, Fenoglio...), quell'onestà che è stata la grande virtù perseguita per un'intera vita, possiamo ben dire che aveva le spalle coperte.

    Le sue parole, però, sono vere e giuste e ha fatto benissimo Lorenzo a ricordarle a tutti noi che, in un modo o nell'altro, siamo e facciamo i genitori.
    Addirittura, nel mio personale caso, cascano proprio a fagiolo, dato che recentemente mi è toccato ascoltare un po' troppe chiacchiere, e neanche spensierate, sull'importanza del cosiddetto rendimento scolastico.
    Ecco, il punto dolente, per me, è sempre lo stesso: non esiste solo la scuola.
    I bambini non possono essere formati solo lì, durante quelle 5 od 8 ore che trascorrono insieme ai loro coetanei e alle insegnanti, quando noi, di fatto, non li vediamo e non possiamo sapere con quale entusiasmo o ignavia o difficoltà imparano a scrivere «acquazzone». Anzi, magari non ce la fanno proprio a scriverla corretta, quella parola, e la tabellina dell'8 resterà per anni un mistero, oppure, peggio ancora!, rispetto a quella classe di quella scuola di quel quartiere di Genova, sono decisamente indietro col programma. Ah! che incubo, questo programma!

    Il fatto d'interessarmi all'ambiente scolastico in cui crescono i miei ragazzi non mi esonera dal compito di continuare a crescerli quando sono fuori, da quell'ambiente. Letteralmente, intendo: dentro la scuola io non ci sono, sebbene m'impegni affinché tutto funzioni nel migliore dei modi possibili. Quando suon la campanella, però, torno a fare il terreno dei miei alberelli. Bene o male.

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