martedì 27 gennaio 2015

La giornata della memoria

Io credo che sia giusto chiedere ai propri figli se a scuola ne hanno parlato.
E se non è successo, credo sia giusto interrogarsi sul perché.
E questo interrogativo, prima che un giudizio, dovrà diventare un dialogo con la scuola e i propri figli.
Ogni occasione è buona per parlare, anche una mancanza.
Perché non sia mai, mai più, mancanza di memoria.

Lorenzo Calza,
De Pres

domenica 25 gennaio 2015

«Sicurezza e responsabilità in Internet e nei social network»

Mercoledì 21 gennaio, nella palestra della scuola C. Durazzo di Quinto, l’ingegner Roberto Surlinelli, vice questore della Polizia Postale di Genova, ha tenuto l’incontro sul tema «Sicurezza e responsabilità in Internet e nei social network», rivolto ai genitori degli alunni della Scuola media e ultimi anni della primaria.
L’incontro è iniziato con la visione di un breve ma significativo filmato, realizzato e distribuito nelle scuole australiane: all'interno di una classe delle superiori, è mostrato il disagio e la sofferenza di una ragazza presa di mira da un compagno, col quale presumibilmente ha avuto una relazione. Questi, in possesso di un'immagine di natura erotica della ragazza, anziché conservarla sul proprio dispositivo (come promesso, s'intuisce), inizia a distribuirla ai compagni e allo stesso docente. In un attimo la fotografia, nata in un contesto intimo particolare, sfugge al controllo sia del proprietario sia di chi la possiede momentaneamente e viene vista da un'intera popolazione scolastica. L'effetto è equivalente a quello che si otterrebbe appendendo la fotografia di un/a alunno/a nudo/a all’ingresso della scuola.
Le conseguenze, anche molto gravi, sono facilmente intuibili.
Nell’immaginario di un genitore lo scenario peggiore è quello in cui il minore, a causa dell'uso di un dispositivo mobile di telecomunicazione, viene approcciato dal pedofilo piuttosto che da un malintenzionato, ma è altrettanto vero che sono sempre più frequenti scenari del tipo illustrato dal video, e di conseguenza la prevenzione diventa fondamentale anche sotto questo aspetto.
Nel caso in esame, infatti, le vittime sono entrambi i ragazzi: in primis chi ha subito la violenza, ma chi l'ha effettuata si trova a gestire, da solo, una situazione difficile e pesante, anche dal punto di vista dell’imputabilità. La questione, in effetti, dipende dall’età del soggetto, ma la diffusione di immagini pedo-pornografiche è punita severamente dalla legge italiana; oltre a questo, va tenuto conto del danno psicologico subìto dalla ragazza, che vede la propria fotografia diffusa sui dispositivi dei propri compagni e degli insegnanti.
Come purtroppo è noto, ci sono stati parecchi casi di tentativi di suicidio legati a una diffusione incontrollata di selfie.
Secondo Surlinelli non esistono "antidoti": se non si vuole perdere il controllo di contenuti di questo genere, l’unico modo è non produrli, evitare, cioè, questo tipo di fotografie. Immagini di questo tipo sfuggono facilmente al controllo di chi le realizza, nonostante tutte le precauzioni che si può pensare di adottare: il telefono può essere perduto o rubato e con esso tutti i contenuti privati potenzialmente pericolosi. Internet è spietato, non si può censurare e, quando si pubblica qualcosa tramite la rete, si accetta implicitamente che questo qualcosa rimanga per sempre “pubblico”. La probabilità che ci resti per sempre è infatti molto più alta di quanto non si creda, soprattutto nel caso di contenuti sessuali, che sono in assoluto i “più visti” e “cliccati”.
Sono poi stati proiettati su schermo gli estratti di due conversazioni reali via chat-line, la prima tra coetanei e la seconda tra una minorenne ed un pedofilo.

Queste conversazioni sono state effettuate tramite programmi diffusissimi sugli smartphones. Un’altissima percentuale degli studenti della scuola C. Durazzo, incontrati nel pomeriggio di mercoledì dal dottor Surlinelli, ha ammesso di possedere ed utilizzare un telefono personale in grado di collegarsi in Internet.
 La lettura delle due chat, per un genitore, è molto difficile. Quasi dolorosa. L'approccio sessuale è immediato, diretto, repentino e violento in entrambi i casi. Dopo pochissime battute, la richiesta è quella di scattare delle fotografie o dei filmati senza vestiti o comunque a sfondo erotico e inviarle all'altro. In tutti e due i casi, dopo una resistenza più o meno lunga (questione di ore o di giorni), la richiesta è stata soddisfatta. La "vittima" non ha più di 13 anni. Surlinelli ha citato il caso di un pedofilo (italiano) che è riuscito a irretire due sorelle di 9 e 10 anni.
Per un pedofilo non esiste distinzione tra maschio e femmina: le ragazze non sono più "in pericolo" dei ragazzi e non esiste l'orco che si presenti come tale. Anzi, i ragazzi non possono riconoscere il pericolo proprio perché il tipo di conversazione virtuale tra un pedofilo e una vittima è esattamente identico a quella tra due adolescenti.  I pedofili sanno benissimo quali parole usare, quali argomenti e in quale modo affrontarli, conoscono benissimo le debolezze e le insicurezze di un adolescenze e utilizzano un modus operandi destinato al successo.

In risposta alla domanda di un genitore riguardo i filtri da applicare ai telefoni cellulari, il relatore ha spiegato che esistono sì dei programmi, ma tutti con grossi limiti: i filtri, infatti, funzionano su black list basate su parole o sui siti visitati e quindi, pur filtrando, ad esempio, il termine «sesso» durante la navigazione, non si impedirà l'accesso a siti che contengano la stessa parola scritta in altre lingue. Per non parlare poi del fatto che l'aggiornamento del motore che blocca l'accesso a determinate pagine non può materialmente reggere il confronto con la velocità con cui nascono pagine o siti di contenuto pedo-pornografico. Il filtro, però, può rendersi utile durante l'attività scolastica, quando è garantita la presenza di un adulto e dove la scrematura grossolana effettuata da una black list può effettivamente alleggerire il lavoro di controllo da parte dell'insegnante. Durante la navigazione da casa, però, laddove non ci sia la vigilanza dell'adulto, il filtro può addirittura risultare controproducente: il genitore, prestando un'eccessiva fiducia al filtro, potrebbe allentare il controllo e abbandonare il minore a tutti i rischi della rete. Si crea, in pratica, una falsa percezione di sicurezza che può condurre a situazioni critiche. Si può concludere dicendo che il filtro ha una sua praticità quando il bambino è ancora piccolo e poco esperto; man mano che cresce, esso diventa inutile perché qualsiasi adolescente è in grado di toglierlo o modificarlo a piacimento.
Insomma, un controllo automatico non potrà mai sostituire la presenza di un genitore, che è in grado di spiegare al proprio figlio quali sono i contenuti “non idonei” con cui può venire in contatto.
Se vogliamo proteggere i nostri figli, dobbiamo fare rete tra genitori.
La sicurezza informatica su Internet è paragonabile ad una catena: basta che si spezzi un anello (un alunno che mostri ai compagni un sito pericoloso), e tutti sono in pericolo.
Stesso discorso per i social network e le amicizie online. Un'eccessiva leggerezza nell’accettare le “amicizie” da parte di un solo ragazzo può mettere in pericolo tutti gli altri. Utilizzando come esempio Facebook, se un malintenzionato riesce a carpire la fiducia di un minore e a farsi accettare come “amico”, automaticamente avrà a propria disposizione l’elenco di tutti i suoi amici e conoscenti. Ecco perché, in base alla propria esperienza come poliziotto, il dottor Surlinelli ha chiaramente detto e ribadito che non si sentirebbe al sicuro sapendo il proprio figlio di 11 anni in possesso di un dispositivo con cui collegarsi ad Internet in qualsiasi momento: non c'è solo il rischio di entrare in contatto con un'enorme quantità di materiale pornografico, ma è da valutare la facilità con cui il ragazzo può aver a che fare con il gioco d’azzardo, altrettanto pericoloso.
I genitori hanno il dovere (non solo il diritto) di controllare i propri figli e per farlo devono essere al passo con i tempi, aggiornarsi e conoscere il funzionamento degli strumenti usati dai giovani. Surlinelli ha narrato il caso di un padre che, avendo proibito al figlio di utilizzare Whatsapp -attraverso il quale aveva diffuso proprie immagini-, non si era accorto che questi aveva continuato a seguire la medesima condotta utilizzando un altro programma analogo (Telegram).
A proposito di Whatsapp, di sicuro l'applicazione più diffusa tra i giovani proprietari di smartphones, dev'essere ben chiaro a ogni genitore che si tratta di un programma molto, troppo versatile, e che questa enorme facilità d'uso comporta dei rischi. È infatti possibile possedere nella propria rubrica un numero telefonico senza essere conosciuto dalla persona cui quel numero appartiene. In pratica, chiunque, malintenzionato o no, può facilmente possedere il numero di telefono di nostro figlio e contattarlo.
Ad ogni numero, poi, è spesso associata un'immagine: va da sé che è possibile recuperare tutte le fotografie associate ai diversi numeri di telefono e creare (cosa che succede spesso e con cui la questura di Genova ha spesso a che fare) elenchi di soli bambini contattabili via Whatsapp.
Pertanto è indispensabile controllare quotidianamente, se non più volte al giorno, i cellulari dei propri figli, controllare la cronologia delle navigazioni (sperando che non le abbiano cancellate), le varie chat, controllare le nuove applicazioni, impedire l'uso di password personali che non siano note ai genitori. I ragazzi devono essere consapevoli che i propri genitori hanno il dovere, per legge, di vigilare e controllare le loro frequentazioni.

Esiste la possibilità di controllare in remoto i dispositivi altrui, ma, a parte il fatto che si tratta di un'invasione decisamente "pesante" della privacy, si tratta di programmi sviluppati per tutelare la proprietà dei dispositivi in caso di furto. Questi programmi permettono effettivamente di localizzare, tramite GPS, il cellulare su cui sono installati, consentono di capire se sono state inserite altre sim card, visualizzare le reti wifi prossime, leggere gli ultimi sms o gli ultimi numeri chiamati. Controllare in questo modo Whatsapp non è semplicissimo, ma indubbiamente, con un po' di pratica, è possibile estrapolare la cartella relativa alla messaggistica ed eventualmente, in caso di chat cancellate, recuperarne il backup.
Non è questo, però, il modo migliore di vigilare, per un genitore.

L’attività di controllo dei genitori è importantissima.
Gli agenti di Polizia Postale in Italia sono circa 2.000, di cui circa un centinaio operanti in Liguria, e si occupano sia di prevenzione (entrando nelle scuole, ad esempio) che di repressione. In questo caso sono fondamentali le segnalazioni, soprattutto da parte delle famiglie dei minori coinvolti, ma il lavoro è svolto anche sotto copertura. Due mesi di attività di questo genere (inserendo in rete materiale pedo-pornografico e tracciando poi gli utenti che lo scaricano) ha portato alla segnalazione di quasi 800 cittadini!
Altrettanto importante è la sinergia tra genitori nel tutelare i propri figli e i loro compagni/amici. Ecco di nuovo il concetto di "rete di famiglie". La segnalazione di situazioni equivoche è un obbligo anche civile.

Surlinelli ha brevemente descritto un'altra applicazione abbastanza diffusa, WeChat, che presenta delle possibilità comunicative anche divertenti: scuotendo il telefono è possibile entrare automaticamente in contatto con chiunque stia nello stesso momento scuotendo il proprio dispositivo. Con un’altra funzione posso trovare e quindi contattare altri utenti di WeChat nel raggio di 100 o 200 metri... Per un pedofilo basta mettersi all'uscita di scuola e utilizzare questa funzione per "bloccare" un'infinità di potenziali vittime.
Dopo un'interessante panoramica sulle telefonate anonime, molto in voga sia tra gli adolescenti che tra i malintenzionati (esiste la possibilità di non far comparire il proprio numero di telefono digitando una sequenza di tasti), e sul modo in cui evitarle o smascherarle (il servizio Override offerto da Tim, a pagamento, e quello gratuito offerto da Whooming), si è parlato di Ask.fm. Ask.fm è un social network basato sul concetto della domanda anonima, ma Surlinelli ha voluto sottolineare come non esista l'anonimato: o prima o poi, in un modo o nell'altro, la Polizia Postale è sempre in grado di rintracciare numeri e nomi. Questo concetto è molto importante, a livello di prevenzione: far comprendere ai giovani che tutto quello che si fa, con Internet, lascia delle tracce è un efficace deterrente psicologico. 

ERIKA PARODI
Rappr. della classe Iª D della scuola C. Durazzo

lunedì 19 gennaio 2015

Il mostro di Wireless

«Egli è là, ci irradia dall'alto con il suo tricorno feroce ed impassibile... conta sul fatto che nessuno badi a lui e, proprio quando meno ce lo aspettiamo, ci attacca con i suoi raggi penetranti!»

Scherzi a parte, ma perché dev'esserci il Wireless in una Scuola elementare?
Si presume che gli alunni non utilizzino i loro pc portatili per chissà quali applicazioni o approfondimenti. Immagino che nemmeno le docenti navighino su Internet durante le lezioni... e allora PERCHE'?
Per l'utilizzo del registro elettronico basterebbe tenerlo acceso pochi minuti...

Spero tutti ormai sappiate che le onde elettromagnetiche sono dannose per l'organismo, in particolare per i bambini, anche se tale rischio non è ancora stato quantificato. In pratica SIAMO NOI e i NOSTRI BAMBINI che potremo fornire per primi i dati certi sulle malattie dovute all'elettrosmog.
Le nazioni più evolute e sensate stanno già correndo ai ripari, limitando l'uso del wireless almeno nei locali pubblici frequentati da bambini. Ecco il testo della Risoluzione dell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa del 27 maggio 2011: Ris. 1815 del 21/5/11.
Il problema esiste: si parla chiaramente di vari rischi, fra cui il tumore alla testa (!), si legge che finora i limiti imposti a queste apparecchiature erano basati solo su alcuni aspetti meno dannosi, come il calore prodotto, e non su effetti biologici ben più gravi (!), si invitano i governi europei ad applicare un PRINCIPIO DI PRECAUZIONE... insomma, il PERICOLO C'E' e se non vogliamo ascoltarli presto potranno dirci "noi ve lo avevamo detto...".

A casa propria ognuno può fare quello che vuole, dal wireless al cordless ai babyphon -ci mancherebbe!-, ma almeno a scuola, per quelle ore, potremmo offrire un ambiente il più sano possibile ai nostri figli? Con quale presunzione possiamo negare che queste onde siano pericolose, quando lo sta riconoscendo un sempre maggior numero di scienziati e di nazioni?
Così, infatti, sta accadendo in Germania, nel Regno Unito, in Belgio, a Taiwan, in varie località della Francia (altri esempi qui e qui).
Sembra che come al solito ci siamo lasciati abbindolare dalla novità e dalla pigrizia aderendo in massa al Wi Fi, tanto che quando lo usiamo non ce ne rendiamo conto. Eppure basterebbe poco per continuare a beneficiare di Internet eliminando ogni pericolo: basta solo CABLARE L'IMPIANTO!
Certo, bisogna spendere qualcosa di più, ma non credete che ne valga la pena? Preferiamo davvero rischiare?
Vogliamo che i nostri figli imparino ma ancor più che siano SANI!
Per esempio, potremmo cominciare con lo SPEGNERE IL WIRELESS NELLE SCUOLE e fare la cablatura di un computer per ciascun piano dell'edificio, dove i docenti potranno aggiornare il regitro elettronico, e quelli delle aule di informatica dove, una volta portata la linea, non sarebbe un'impresa collegarvi i vari computer.
Magari non è così facile, ma data la gravità del problema, dobbiamo fare qualcosa!

martedì 13 gennaio 2015

Incontro con la Polizia Postale

Mercoledì 21 gennaio, alle ore 16.45, presso la sede dell'Istituto  in via Antica Romana di Quinto 63, si terrà un seminario, a cura della Polizia Postale di Genova, dal titolo

Sicurezza e Responsabilità

in Internet e nei socialnetwork


L'incontro è gratuito ed aperto a tutti i genitori degli alunni della scuola secondaria e ultimi anni della scuola primaria.

sabato 20 dicembre 2014

Si poteva fare di più?

Non lo so.

Pare che delle alluvioni, a Genova, ci si dimentichi molto velocemente e che sia piuttosto raro trovare persone intenzionate a darsi da fare per chi ha subìto danni a più di un mese di distanza.
Così mi hanno detto, ieri, quando abbiamo consegnato l'incasso delle vendite e le t-shirts avanzate.

I referenti di NON C'E' FANGO CHE TENGA ci ringraziano e insistono affinché io renda pubblico il versamento dei 530€ raccolti sul c/c intestato alla Parrocchia di Marassi.
Voilà.